Tuesday, 22 May 2018

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Ecco un appello per una nuova moneta fiscale complementare all’euro promosso da Luciano Gallino, Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Stefano Sylos Labini e Enrico Grazzini. Di questo appello di discuterà sabato 22 novembre a Roma presso l Universo, via Principe Amedeo 5/B, nell su La sinistra e la trappola dell con Emiliano Brancaccio, Stefano Fassina, Paolo Ferrero, Vladimiro Giacchè, Enrico Grazzini e Leonardo Mazzei.

Uscire dalla depressione con l’emissione di “moneta statale” a circolazione interna

Per uscire dalla crisi e dalla trappola del debito, proponiamo di rilanciare la domanda grazieall’emissione gratuita da parte dello Stato italiano di Certificati di Credito Fiscale ad uso differito e all’utilizzo di Titoli di Stato con valenza fiscale. In questo modo lo Stato creerebbe moneta nazionale complementare all’euro, e di conseguenza nuova capacità di spesa, senza però generare debito. Questa proposta risulta così compatibile con le regole e i (rigidi) vincoli posti dal sistema dell’euro e delle istituzioni europee.

Molti autorevoli economisti avevano avvertito che difficilmente una moneta unica che unisce paesi molto diversi per livelli di competitività, produttività e inflazione avrebbe potuto essere un motore di sviluppo, soprattutto in mancanza di una forte politica cooperativa e solidale a livello europeo. Le loro previsioni si sono purtroppo avverate.

Il sistema della moneta unica divide più che unire i paesi europei e, soprattutto dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale, è diventato un freno per la crescita dell’Eurozona e di ogni singolo paese. La moneta unica impedisce i riallineamenti competitivi (cioè le svalutazioni monetarie dei paesi deboli e le rivalutazioni di quelli forti). Inoltre, in assenza di una politica fiscale comunitaria redistributiva, risulta inadatta alle esigenze di crescita di ciascun singolo paese. Ne seguono squilibri commerciali e finanziari, in particolare all’interno dell’Eurozona.

A causa della rigidità intrinseca della moneta unica, i paesi creditori, in primis la Germania, sostengono l’adozione di politiche depressive per i paesi debitori come l’Italia, la Francia, la Spagna e altri paesi del Sud Europa. Per garantirsi il recupero dei crediti, i primi hanno imposto austerità, riduzioni drastiche del costo del lavoro, tagli del welfare e aumenti delle tasse. I debiti pubblici denominati in una moneta che i singoli stati non controllano e che di fatto appare quindi loro come una moneta straniera forzano i governi ad adottare politiche procicliche. Le economie meno competitive entrano quindi nella spirale della crisi e finiscono per trascinarvi quelle dei paesi cosiddetti “virtuosi”. L’euro, invece di spingere verso la convergenza tra i 18 membri dell’Eurozona, ne aumenta le divaricazioni e i conflitti.

L’Eurozona, e in particolare i paesi mediterranei, si trovano in una situazione economica pesantissima: stagnano o calano i consumi e diminuiscono gli investimenti privati e pubblici. La BCE cerca di dare ossigeno monetario al sistema ma le banche dei diversi paesi trattengono la liquidità e non offrono sufficiente credito all’economia reale, in particolare alle piccole e medie imprese. Crescono massicciamente la disoccupazione e la precarietà del lavoro. Aumentano le divaricazioni territoriali e sociali. Sembra che l’Europa abbia dimenticato i suoi obiettivi originari di piena occupazione, sviluppo sostenibile e benessere per tutti i cittadini: la priorità dichiarata dagli organi della UE è piuttosto mirata esclusivamente ad aumentare la competitività con politiche di austerità e di “riforme strutturali”. Tuttavia risolvere i problemi di competitività dei paesi deboli attuando riforme strutturali richiede molto tempo e nuove risorse; e l’austerità si mostra ormai chiaramente controproducente. Non a caso i debiti pubblici dei paesi più deboli continuano ad aumentare. Il tentativo di applicare il Fiscal Compact non farebbe che aggravare pesantemente la situazione.

La crisi mette a rischio la sopravvivenza stessa di qualsiasi disegno di integrazione. L’economia europea è malata e rischia di infettare l’economia mondiale. Le proposte di mutualizzazione dei debiti (gli eurobond) e creazione di un fondo federale consistente, tale da riequilibrare le crescenti asimmetrie territoriali e sociali, appaiono politicamente impraticabili a causa della ferma opposizione dei paesi del nord Europa. In questo quadro di incertezza e di grave sofferenza sono possibili diversi scenari: la continuazione di una fase prolungata di stagnazione, o peggio di recessione e depressione; la ristrutturazione dei debiti dei paesi dell’Europa mediterranea; la rottura caotica dell’eurozona con l’uscita forzata di uno o più paesi dall’euro e il crollo rovinoso del sistema europeo.

In tale contesto, è del tutto improbabile che l’iniziativa del governo italiano di negoziare maggiore flessibilità con Bruxelles e con Berlino sia sufficiente a rilanciare l’economia del nostro paese, perché non affronta la sostanza dei problemi strutturali che affliggono l’eurozona. Oltretutto ne accrescerebbe ulteriormente l’indebitamento. Altri propongono invece l’uscita dalla moneta unica per non subire ulteriormente un sistema monetario fortemente penalizzante; ma passare dall’euro alla lira è assai più problematico che uscire da un sistema di cambi semi fissi, come era per esempio il Sistema Monetario Europeo. L’uscita unilaterale dall’euro, cioè dalla seconda valuta mondiale di riserva, rischia di produrre traumi economici e geopolitici dalle conseguenze imprevedibili; e, comunque, molti cittadini italiani sono contrari perché temono di vedere svalutati risparmi, stipendi e pensioni.

Come uscire allora da questa gravissima crisi che l’Europa si è paradossalmente autoinflitta? ormai evidente che occorre rivedere radicalmente i trattati costitutivi dell’euro, ma questo richiede volontà politica e tempo. Per affrontare la crisi diventa allora indispensabile che, pur nel contesto dell’euro, ogni stato nazionale assuma urgentemente iniziative autonome e sovrane per rilanciare l’economia e l’occupazione. I governi dei paesi europei, dal momento che sono stati eletti democraticamente (a differenza degli organi esecutivi della UE) per offrire un futuro migliore ai loro cittadini, hanno non solo il diritto ma anche il dovere di difendere gli interessi dei loro elettori e di attuare riforme coraggiose per la prosperità della comunità nazionale. I cittadini si aspettano giustamente che gli organi politici da loro eletti tornino ad operare per lo sviluppo dell’economia nazionale, senza attendere permessi o concessioni da parte di altri paesi e senza subire eccessivi e ingiustificati condizionamenti.

La proposta dei Certificati di Credito Fiscale

La drammatica crisi economica, occupazionale e sociale ci pone di fronte a una situazione di grave emergenza. Non è possibile procrastinare le soluzioni. Occorrono misure urgenti ed efficaci. A tal fine, la nostra proposta offre un’alternativa concreta e immediatamente fattibile rispetto alle altre soluzioni che ci sembrano assai più problematiche e complesse o del tutto impraticabili.

Proponiamo che lo Stato italiano emetta gratuitamente a favore dei lavoratori dipendenti e autonomi, delle imprese, dei disoccupati e dei pensionati,Certificati di Credito Fiscale ad utilizzo differito,validi cioè a partire dopo due anni dall’emissione, per pagare qualsiasi tipo di impegno finanziario verso la pubblica amministrazione (tasse statali e locali, contributi, multe, etc.). La caratteristica principale dei CCF è che possono garantire immediatamente ai cittadini e alle imprese un forte potere d’acquisto aggiuntivo. Il governo italiano emetterebbe CCF per 90 100 miliardi il primo anno, da incrementare poi nel corso dei due anni successivi in relazione alle dinamiche inflattive e dell’occupazione fino a un massimo di 200 miliardi di emissioni annue. L’assegnazione dei CCF dovrebbe privilegiare quelle imprese che in cambio si impegnino ad assunzioni nette di disoccupati, ovvero si impegnino in opere pubbliche urgenti (per il riassetto idrogeologico, il risanamento delle scuole e ambientale, etc.) da avviare immediatamente.

La soluzione dei CCF è giuridicamente ineccepibile e difficilmente contestabile in sede UE e da parte dell’autorità monetaria europea:infatti, se è vero che solo la Banca Centrale Europea è l’emittente esclusiva della moneta corrente dell’Eurozona, ogni stato sovrano ha il diritto di offrire legittimamente sconti fiscali, e quindi anche i CCF: lo stato è sovrano in campo fiscale. Inoltre, la BCE ha il monopolio sulla emissione della moneta unica, cioè l’euro, ma non ha il monopolio sulla creazione di strumenti di “quasi moneta”, cioè, per esempio, i depositi bancari, i titoli di stato, etc. Essendo appunto i CCF nuovi strumenti finanziari con natura di “quasi moneta” ovvero rappresentando una “riserva di valore” e titoli (non di debito) che possono essere trasformati in moneta essi non possono essere soggetti al monopolio della BCE.

Il nuovo strumento creato dallo Stato per ridurre il peso fiscale arriverebbe direttamente e gratuitamente al lavoro e alle aziende senza creare nuovo indebitamento. L’immissione dei CCF nel sistema contrasterebbe l’austerità imposta dalla UE e risolverebbe il problema della carenza di liquidità nel sistema: infatti le banche, sebbene siano state abbondantemente finanziate dalla BCE, investono soprattutto nel mercato finanziario mentre riducono i crediti all’economia reale a causa delle sempre più deboli prospettive di quest’ultima.

I CCF sarebbero scambiabili sul mercato finanziario analogamente a qualunque altro titolo emesso dallo Stato; inoltre potrebbero costituire mezzi di pagamento immediato (da usare per esempio mediante carte di credito). I CCF diventerebbero un nuovo prodotto finanziario che lo stato si impegnerebbe a emettere in maniera permanente anche se in diverse quantità, secondo la congiuntura economica in modo da creare un clima di fiducia tale da spingere gli operatori economici a spendere la parte preponderante del maggior reddito legato ai CCF in acquisti e consumi, limitando la quota di risparmio e di tesaurizzazione. Così sarà possibile avviare un circolo virtuoso con effetti moltiplicativi positivi: domanda che espande la produzione, quindi l’occupazione, quindi ulteriormente i redditi e la domanda, etc.

I vantaggi della nuova quasi moneta statale

L’emissione massiccia di CCF genererebbe nuova domanda in grado di colmare rapidamente l’output gap (la caduta della produzione industriale è stata del 25% rispetto ai livelli pre crisi). La forte crescita della domanda non aumenterebbe però l’inflazione a livelli eccessivi anzi, impedirebbe la caduta dell’economia italiana in una situazione di deflazione cronica grazie al recupero delle risorse produttive (lavoro e capitale) attualmente drammaticamente sottoutilizzate.

Per effetto del moltiplicatore del reddito, il calo delle entrate pubbliche legato allo sconto fiscale differito dei CCF verrebbe più che compensato dall’aumento dei ricavi fiscali prodotto dal forte recupero del PIL. infatti ovvio che, nella situazione attuale di grave compressione delle risorse produttive e tassi di interesse prossimi allo zero, il moltiplicatore sarebbe senz’altro maggiore di uno. Il PIL e l’occupazione crescerebbero quindi velocemente. L’aumento dell’occupazione avrebbe un valore enorme sia sul piano sociale che su quello economico, perché un’economia sana è un’economia di piena occupazione.

I deficit e il debito pubblico diventerebbero più facilmente sostenibili, con beneficio per i creditori nazionali e internazionali. Inoltre la quota di CCF immessa a favore delle aziende in quantità commisurate ai costi di lavoro da esse sostenute rappresenterebbe una significativa riduzione dei loro costi di produzione. Si replicherebbero così gli effetti positivi di un riallineamento valutario (svalutazione), evitando però che l’espansione della domanda interna produca squilibri nei saldi commerciali con l’estero: infatti l’aumento delle importazioni sarebbe bilanciato da una crescita delle esportazioni derivato dalla diminuzione del costo del lavoro e dall’aumento conseguente di competitività.

A puro titolo di esempio, si supponga di assegnare gratuitamente, in parte dal primo gennaio 2015 e in parte nel 2016 e 2017,circa 70 miliardi di CCF ai lavoratorisia dipendenti che autonomi in funzione inversa del loro livello di reddito, così da stimolare la spesa per il consumo (in questo modo si otterrebbero tra l’altro effetti di redistribuzione dei redditi nel senso della maggiore equità); e di assegnarecirca 80 miliardi ai datori di lavoro del sistema privato. Quest’ultimo importo abbatte del 18% circa il costo del lavoro, una percentuale equivalente alla differenza di competitività dell’economia italiana nei confronti della Germania. Altri50 miliardi circa di CCF dovrebbero essere utilizzati per finanziare iniziative pubbliche,per esempio per assicurare forme di reddito garantito, per sostenere iniziative ambientali (energie rinnovabili) e infrastrutturali, per l’occupazione giovanile e femminile, per la formazione, per l’imprenditoria al Sud, per erogare reddito alle donne occupate nelle attività di cura famigliare, etc. L’idea è di privilegiare progetti mirati, realistici e di rapida attuazione soprattutto per quanto riguarda gli interventi di prevenzione dei disastri e riparazione dei danni ambientali a livello locale. Solo per fare un esempio: nel caso dell’alluvione di Genova potrebbero essere stanziati 300 milioni di CCF (il governo ne sta offrendo 12) da destinare alle imprese per le opere di risanamento idrogeologico.

Le stime preliminari portano a ipotizzare che il programma CCF potrebbe partire con l’emissione di 90 100 miliardi nel 2015 che produrrebbero un primo rilevante impatto di crescita su PIL e occupazione. Il livello massimo di 200 miliardi potrebbe essere gradualmente raggiunto tra il 2016 e il 2017, e poi stabilizzarsi. A regime, si avranno quindi 200 miliardi di CCF emessi ogni anno, e quindi considerando il differimento dei due anni un valore costante in circolazione di 400 miliardi a fronte di entrate totali annuali della pubblica amministrazione di circa 800.

Ipotizzando un moltiplicatore del reddito di 1,3, è prevedibile un recupero di PIL del 15% circa in tre anni, una caduta della disoccupazione di almeno cinque punti, e saldi commerciali esteri che rimangono in sostanziale equilibrio.

Uscire dalla trappola del debito con i titoli di stato a valenza fiscale

I CCF permettono all’economia italiana di uscire dalla “trappola della liquidità”. Ma è anche necessario uscire rapidamente dalla “trappola del debito pubblico”.

Dagli anni Ottanta, l’Italia si è finanziata sul mercato, pagando alti tassi di interessi reali per sostenere gli agganci allo SME nelle sue varie forme e poi per preparare l’ingresso nell’euro. Il cumulo di interessi corrisposti sul debito pubblico ha superato, a valori odierni, i 3.000 miliardi di euro. Gran parte del debito pubblico è stata assorbita da investitori istituzionali nazionali ed esteri attratti da rendimenti particolarmente elevati; tuttavia,il peso del debito pubblico grava sui cittadini e sulle imprese che devono sopportare una pressione fiscale pari ormai al 57% del PIL “non sommerso”, un livello intollerabile e insostenibile. Occorre quindi diminuire il peso del fisco. Ma questo non deve avvenire a fronte di tagli indiscriminati delle spese per il welfare (da riqualificare, ma non da ridurre in valore assoluto), non solo per ragioni sociali e politiche ma anche perché la spesa pubblica italiana in rapporto al PIL è già complessivamente inferiore alla media UE. La strada corretta è quindi di ridurre il debito e gli interessi pagati sul debito.
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