Sunday, 20 May 2018

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La crisi economica non sembra affligere particolarmente i newyorkesi: nella Grande Mela, anzi, i profitti dei negozi di lusso sono aumentati negli ultimi anni. A dirlo un articolo intitolato ‘La crescita del consumismo durante la recessione’, pubblicato oggi sul ‘Journal of Consumer Psychology’ da Joseph C. Nunes, professore di marketing all’University of Southern California.

Nunes ha analizzato i dati delle vendite delle marche di lusso come Louis Vuitton e Gucci prima, durante e dopo la crisi finanziaria del 2008. “Lasciando da parte le conclusioni scontate e grossolane a cui era giunta la stampa, quello che potuto registrare personalmente che invece di un ritorno alla frugalit la tendenza a New York stata completamente inversa: aumentato il bisogno di ostentazione”, afferma Nunes.

“Possiamo dividere i ricchi newyorkesi in due categorie: i ‘patrizi’ e i ‘parvenu'” ha continuato il professor Nunes “Con ‘patrizi’ intendo i ricchi da almeno tre generazioni, e con ‘parvenus’ i nuovi ricchi. I ‘parvenu’ sentono la neccessit di affermare aggressivamente il proprio status sociale, attraverso l’ostentazione di prodotti di marca e di tutto ci che contiene un logo famoso o un simbolo lussuoso.” Le grandi firme di moda hanno capito di dover puntare a questo tipo di consumatori, rispondendo ai loro desideri: sono aumentate le dimensioni dei loghi sui prodotti, e con loro anche i prezzi, ma questo non ha avuto alcuna ripercussione sulle vendite, che sono anzi aumentate.

La scorsa settimana, quasi ad anticipare l’articolo di Nunes, si tenuto al Metropolitan Pavillion di New York un evento particolare, il ‘Luxury Review’. Il party, organizzato da Bradford Rand, era una sorta di ‘fiera del lusso’, con protagonisti i nuovi ricchi della Grande Mela e i produttori di gioielli, orologi, costruttori di barche e rivenditori di auto di lusso. “E’ un modo per far incontrare produttori e consumatori del mondo del lusso” ha affermato Brand “Un modo per creare un’importante rete di conoscenze e collaborazioni.”

Dentro alla sala,
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in cui si bevevano calici di costosissimo champagne ‘Billionaires Row Cuv erano esposte macchine di lusso, tra cui l’ultimo modello di Bentley. Nel discorso di presenzazione, il presidente di Bentley America, Cristophe Georges, ha dichiarato: “Le vendite di Bentley negli Stati Uniti sono aumentate del 32% rispetto all scorso, e ora gli Stati Uniti sono il mercato pi florido per la nostra compagnia. Intervistato dal York Times Georges ha aggiunto: tipico proprietario di una Bentley possiede di solito altre cinque o sei macchine di lusso, il tipo di persona che vuole premiarsi per ci che ha ottenuto con la sua fatica, partendo spesso dal nulla.”

Fitch ha confermato il giudizio sulla tenuta creditizia dell’Italia con un rating “BBB” citando un’economia “diversificata e ad alto valore aggiunto” e indicatori di governance e di sviluppo umano “molto più alti della media europea”. Inoltre, l’indebitamento privato è “moderato”, il sistema pensionistico è “sostenibile” e i rendimenti sui titoli di stato sono “bassi”. Tuttavia il debito pubblico è “estremamente alto”, la crescita del Pil tende a essere “bassa”, la qualità degli asset nel settore bancario è “debole” e i rischi politici dopo le elezioni del 4 marzo scorso sono “elevati”. Non a caso Fitch non esclude che le trattative finiscano per la formazione di un governo di minoranza, uno di scopo o altre elezioni. Per il momento, l’agenzia di rating ha lasciato invariato oltre al rating anche l’outlook, a stabile.

Il 40% di meno. E’ questa la differenza tra i bonus ricevuti dalle donne alle dipendenze di Goldman Sachs International (GSI) rispetto ai loro colleghi maschi. E’ stata la divisione internazionale della banca americana a comunicarla, nel rispetto delle leggi del Regno Unito dove quella divisione dà lavoro a circa 7.400 persone. Che siano investment banker e trader, nell’anno terminato nell’aprile 2017 le donne hanno portato a casa salari orari in media inferiori del 26% rispetto a quello degli uomini. Si tratta di differenze simili a quelle registrate in altri gruppi come Barclays e Ubs, a loro volta chiamate a rispettare regole pensate per portare trasparenza.

Dopo Facebook, anche Google vieta le pubblicità di criptovalute. La controllata di Alphabet ha comunicato sul proprio sito che a partire dal prossimo giugno, vieterà tutti gli annunci relativi alle monete virtuali con l’obiettivo di eliminare riferimenti a tutti i “prodotti finanziari non regolamentati o speculativi”. Il colosso dei motori di ricerca online eliminerà anche tutti i contenuti correlati alle monete virtuali, inclusi quelli relativi alle initial coin offering (Ico), al trading e ai portafogli di criptovalute.
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