Tuesday, 22 May 2018

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C’è una singolare categoria di commenti online che ho sempre trovato molto divertente, quasi fenomenologica, per i motivi privi di una vera logica per cui troviamo divertenti le cose di internet. Si tratta di quei commenti che si possono leggere sulle pagine social dei siti specializzati come Highsnobiety, Hypebeast, Complex et similia, dove la gente litiga per l’ultimo modello di Nike ridisegnate da Virgil Abloh o discute dei tagli al laser di una giacca di Stone Island con una serietà che, vista da di fuori, è facile trovare ridicola. la serietà tipica dell’appassionato, o del collezionista, e si potrebbe estendere a molti altri campi, ma oltre che per l’involontaria comicità, quei commenti sono diventati la mia personale perversione anche perché mi raccontavano di uno specifico mondo che, per lungo tempo, è stato la periferia di ciò che va di moda, quello dello streetwear.

un mondo dove si parla uno slang ben definito che è difficile maneggiare senza sembrare degli imbecilli lo sa bene Bella Hadid, che è inciampata tra un “dope” e un “homeboy” di troppo fino a diventare un meme e dove il codice estetico è profondamente radicato nella comunità e in tutte le sue scene performative, da quelle artistico musicali a quella sportiva. L’attaccamento maniacale verso certi marchi (come quello dei Lo Life per Polo Ralph Lauren oquelloper lele griffe del lusso “customizzate” da Dapper Dan) ha un preciso significato nella costruzione della propria identità sociale: garantisce riconoscibilità e appartenenza.

Fino a non troppo tempo fa, c’era un marchio che era considerato il miglior segreto nascosto di New York: il suo primo negozio aveva aperto nel 1994 in Lafayette Street, a Manhattan, e da allora era diventato il feticcio degli skater newyorkesi. Parliamo di Supreme, naturalmente, che da qualche settimana è ufficialmente diventato mainstream: no, non per via della collaborazione con Louis Vuitton o dei copycat di lusso che ha ispirato negli ultimi dieci anni, né tantomeno perché Chiara Ferragni e Fedez ultimamente ne erano ossessionati, quanto piuttosto perunasingolare combinazione di tutti questi fattori. Come segnalato daBusiness of Fashion, il gruppo Carlyle ne ha infatti acquistato circa il 50% delle azioni per un valoreche pare attestarsi sui500 milioni di dollari. L azienda fondata da James Jebbia, quindi, è stata valutata per la cifra complessiva di un miliardo di dollari (niente male per un marchio di T Shirt, felpe e cappellini), sebbene i termini dell non siano stati resi pubblici.

Questo significa molte cose:che Supreme ha ora il potere di espandere, e tanto, la sua rete di negozi (ora sono 11: due a New York, uno a Los Angeles, uno a Londra, uno a Parigi e sei in Giappone) e di conseguenza aumentare esponenzialmente la sua capillarità di penetrazione (in Cina, per esempio, dove oggi è del tutto assente), ma anche che ha davanti la non facile sfida di mantenere quel prestigio e quella sua credibilità ora che non è più un marchio indipendente, o perlomeno presunto tale. A onor del vero, Jebbia a un certo punto del suo brillante percorso, quando già aveva costruito il mito attorno a Supreme, unpartnerdi sostegno lo aveva trovato:lo segnala Vikram Alexei Kansara sempre sul Bof, quando racconta dell del fondo Goode risalente al 2014. Non è difficile prevedere che a soffrine alla fine saranno un po tutti, dai grandi che puntano allo stordimento dell e non sanno più chi sono e a chi parlano, ai piccoli che negli anni si sono faticosamente costruiti la reputazione a suon di slang ed eventi di community. Come Supreme, appunto. I giornalisti economici scrivono saggiamente che quando fondi come Carlyle o Goode fanno investimenti del genere, è perché puntano a far crescere quanto più possibile il nuovo protetto e a rivenderlo, nel giro di cinque anni, al miglior offerente. Nel caso di Supremesi parla di LVMH (lo stesso gruppo che controlla Louis Vuitton, Fendi e Dior fra gli altri) che, in un giorno non troppo lontano, potrebbe decidere di quotarlo in borsa.

Ripensando a quei commenti dei quali ho riso spesso, mi viene in menteuna scenaa suo modo romanticain cui i protagonisti di How to make it in America, serie HBO inspiegabilmente chiusa prima del tempo, vanno in Giappone per fare ricerca su jeans e trend e contattare dei fornitori, nel tentativo di costruire il loro marchio streetwear. Per strada incontrano un ragazzo giapponese che indossa la stessa maglietta di uno di loro e lo abbracciano, perché fanno parte di quello stesso club esclusivo di appassionati al limite del fanatico. E che, forse, non esisterà più.
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