Sunday, 20 May 2018

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Questo articolo è uscito su Repubblica spiraglio aperto dalla Commissione di Bruxelles per un equo ricollocamento dei rifugiati politici fra i 28 Stati dell’Unione Europea, giunge provvidenziale a incrinare la barriera di cinismo che finora ha impedito al vecchio continente di fronteggiare una catastrofe umanitaria che sta trasformandosi in collasso geopolitico. L’esito della proposta di Jean Claude Juncker, anticipata ieri da “Repubblica”, è del tutto incerto. Le resistenze saranno fortissime, e speriamo che basti a vincerle l’abilità con cui il vecchio tecnocrate lussemburghese ha deciso di fare ricorso a una procedura d’urgenza, svincolata dall’obbligo di un voto unanime. Intanto, già ne risulta sovvertita quella visione miope della Fortezza Europa secondo cui la grande fuga dal Medio Oriente e dall’Africa si potrebbe disincentivare semplicemente opponendole una resistenza passiva.

Solo il britannico Cameron ebbe il coraggio di dirlo a voce alta, quando accusò la missione italiana Mare Nostrum di incoraggiare i profughi alla traversata. Ma di fatto, nel dicembre scorso, il varo di Triton come missione limitata al presidio delle acque territoriali europee, aveva questo implicito presupposto: lasciamo che affoghino in mare, vedrete che gli altri non partiranno più. Un’omissione di soccorso calcolata, i cui effetti pesano sulla coscienza dell’Europa e il cui fallimento è sotto gli occhi di tutti. Neanche la strage del 19 aprile scorso, ottocento morti in seguito allo speronamento di un peschereccio da parte di una nave commerciale priva delle attrezzature necessarie al salvataggio, pareva aver scosso il summit dell’Ue. Che si era limitato a triplicare i fondi della missione Triton senza modificarne le finalità contenitive. Soprattutto, senza riconoscere fra le priorità imposte dall’emergenza, insieme al salvataggio, anche l’accoglienza di chi ne ha diritto: cioè i richiedenti asilo.

Il diritto d’asilo non è un optional affidato alla sensibilità dei governi. E’ uno dei diritti fondamentali dell’uomo riconosciuto come tale dalla Convenzione di Ginevra. Ma a ricordarcelo è dovuto intervenire il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki moon, denunciando la grave inadempienza di cui si è macchiata l’Europa: non avere previsto “canali legali e regolari di immigrazione”, con ciò lasciando alle organizzazioni criminali un monopolio di fatto sulle rotte del sud Mediterraneo.

Ha dovuto ricordarci ancora Ban Ki moon: “La sfida non riguarda solo il miglioramento dei soccorsi e dell’accesso alla protezione, ma anche assicurare il diritto all’asilo del crescente numero di persone che scappano dalla guerra e cercano rifugio”. Una visione ben diversa da quella dei nostri governanti che, per assecondare il turbamento dell’opinione pubblica, non avevano trovato di meglio che promettere il bombardamento degli scafisti. Demagogia all’ingrosso, come se non fosse ovvio sono sempre parole di Ban Ki moon che “non c’è una soluzione militare alla tragedia umana che sta avvenendo nel Mediterraneo”.

Così, giovedì scorso a Strasburgo, il presidente Juncker ha tardivamente riconosciuto che “avere interrotto Mare Nostrum è stato un errore che ha provocato gravi perdite umane”. Autocritica che riguarda l’Europa ma che non assolve il governo italiano,
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perché nessuno ci aveva imposto, col varo di Frontex, la revoca della missione della nostra Marina Militare in acque internazionali.

Mercoledì prossimo la Commissione europea dovrebbe approvare, se riuscirà a vincere il parere contrario del Regno Unito e di altri paesi il fondamentale principio della condivisione per quote dell’accoglienza dei richiedenti asilo. Sul piano storico, oltre che morale, l’opposizione britannica suona davvero indifendibile: Londra aspira a diventare epicentro della finanza transnazionale, offre un paio di battelli e di elicotteri, ma esige che i profughi restino alla larga dalla sua isola felice. Come se l’impero della regina Elisabetta non avesse responsabilità coloniali nel disastro africano e mediorientale che ora, tutti insieme, tocca gestire.

Sarà aspro lo scontro in sede di Consiglio d’Europa, quando i governi dovranno ratificare la nuova Agenda sull’immigrazione. L’egoismo denunciato ieri dal nostro presidente Mattarella fa il paio con una vera e propria pulsione autolesionistica che paralizza la politica estera europea anche là dove sono in gioco suoi interessi vitali, dalla Libia al Medio Oriente caduti preda delle scorrerie dei jihadisti.

Il primo, vero risultato concreto di una pressione che ha visto in prima fila Federica Mogherini con il governo italiano, sostenuti da Germania, Francia, Spagna e Grecia, è la possibilità di un’equa ripartizione dei richiedenti asilo. Per i quali sarà necessario istituire corridoi umanitari e snellire le procedure di riconoscimento; sia all’interno dei singoli Stati, sia con mutua reciprocità.

Forti di questa assunzione di responsabilità, e passato il vaglio del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà ineludibile affrontare la spinosa questione libica. Scartate le ipotesi facilone di spedizioni militari nel deserto, l’azione di contrasto degli scafisti richiederà maggior consapevolezza di quella mostrata finora. I fuggiaschi dalla Siria e dall’Eritrea, privi di altre vie di scampo, continueranno a considerare il rischio della traversata in mare come la scelta che resta per loro più razionale. Né si può pensare di risolvere il problema abbandonandoli nel deserto o sulle coste. L’istituzione di presidi umanitari, luoghi di smistamento e identificazione, trasporti degni e sicuri, sono l’unica alternativa che prima o poi s’imporrà per chi è disposto a privarsi di tutto pur di partire. Negli ultimi tre mesi è già quadruplicato il numero dei migranti che raggiungono la Grecia via terra. Non tutti hanno diritto all’asilo politico,
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e non sempre è facile distinguere fra chi è spinto dal bisogno economico e chi è profugo di guerra. Ma solo un dispositivo congegnato d’intesa con l’UNHCR e le organizzazioni del volontariato può ovviare al caos in cui siamo precipitati.